Snack Culture, immagini ad alta digeribilità

Marshall McLuhan l’aveva definita post-oralità: l’avvento dei media elettronici, con il loro carico di immagini e suoni, aveva portato a un uso sempre meno frequente della scrittura a favore di una fruizione dei media sempre più immediata e con tratti tipici della tradizione orale.

In realtà, c’è stata (ed è ancora in atto) una fase di “scrittura di ritorno”: la Rete è un’esplosione di contenuti scritti, stiamo sempre lì a digitare testi, mail, post, commenti, status sui nostri profili. Le informazioni che dobbiamo elaborare, però, sono troppe: il nostro cervello è sottoposto alla continua sollecitazione di stimoli che provengono dal mondo fisico e dai mezzi di comunicazione.

La nostra dieta mediale finisce, quindi, per essere costituita da snack: assaggi veloci di contenuti, un link, una foto, un titolo, uno status. Si è iniziato a parlare di snack culture già nei primi anni 2000, quando ancora i social media come Twitter e Facebook erano ben lontani dalla nostra quotidianità.

Multitasking estremo e overload informativo che impediscono al nostro cervello di elaborare in maniera approfondita gli infiniti stimoli che la realtà ci propone. Simon ce lo aveva detto: la nostra razionalità è limitata, quindi abbiamo poche risorse da dedicare ai processi cognitivi.

A rischio di indigestione di contenuti, preferiamo quindi consumare rapidi pasti a base di immagini. Anzi, scegliamo di annusarli quel tanto che basta a farci un’idea di quello che è il loro reale sapore.

Ecco perché le app di condivisione istantanea di immagini, come Instagram o Pinterest, funzionano bene. Sono internazionali (niente Google Translate!) e soprattutto comunicano tutto in un colpo d’occhio. Pinterest conta ad oggi 20 milioni di iscritti, i download di Instagram sono impressionanti (basti pensare al milione di download registrati in un solo giorno con il lancio della versione per Android).

La suggestione di un attimo, la condivisione di un’atmosfera, di un desiderio: queste applicazioni sono sintomo di un modo di comunicare semplice, intuitivo e immediato. Ma senza profondità del messaggio (o, almeno, non sempre): per questo esistono ancora, forse, i blog.

Un trend che segna in maniera prepotente nuovi modi del comunicare, sempre più locali (col gps ti dico esattamente dove sono) e allo stesso tempo globali, senza barriere di lingue, solo di linguaggi diversi.

Il turismo ne può trarre vantaggio sotto due aspetti: dal punto di vista della comunicazione linguistica in senso stretto, perché le immagini fanno risparmiare un sacco di tempo in traduzioni nelle diverse lingue. E poi, sotto l’ottica della promozione territoriale, grazie alla potenza di immagini significative, spesso create da “chi c’è già stato” o da chi vive quotidianamente il territorio.

E così, questa nuova tendenza della comunicazione turistica, ancora agli albori, ma paradossalmente già esistente da tempo (basti pensare alle foto patinate dei cataloghi nelle agenzie di viaggio), si inserisce perfettamente nel panorama dei nuovi modi di fruire e diffondere i contenuti, facili da consumare e veloci da digerire. E da portare da una parte all’altra del mondo.

 

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Caro turista, ti scrivo. Il valore di una newsletter per la comunicazione turistica

Lo confesso: io sono una newsletter addicted. Trovo comodo il fatto di poter leggere tramite mail, senza dover tornare ogni giorno sul sito o rischiare di perdermi qualcosa tra i mille social media, una selezione delle notizie più interessanti. Amo chi propone le newsletter tematiche: se il sito tratta di una grande varietà di argomenti e a me interessa solo uno, non mi iscriverò mai a una newsletter generica che mi manda news sul mondo intero. Poi, mi piacciono le newsletter curate graficamente: quelle leggere, che non richiedono di scaricarti mega di roba, quelle che hanno i link giusti, i grassetti tanto quanto basta, pochi colori ma significativi; insomma, quelle di buon gusto. E infine, amo le newsletter che hanno un tono confidenziale, quelle che ti fanno sentire unico (anche tra migliaia di iscritti) e che non si prendono troppo sul serio.

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Rassegna Stampa: Instagram: il territorio in uno scatto

Pubblicato il mio articolo su e-Gov:

E’ stata proclamata l’applicazione Apple del 2011 e ha raggiunto in breve tempo i 15 milioni di utenti. Si tratta di Instagram, un’app gratuita per condividere foto geolocalizzate sui social network. Disponibile per il momento solo per iPhone (ma è già in sviluppo la versione per Android), l’applicazione permette di scattare istantanee, applicare dei filtri, geolocalizzarle e condividerle ai propri followers su Instagram oppure su Facebook, Twitter e Foursquare.

Leggi il testo integrale>>

Su Google Docs sto cercando dati sulle Pubbliche Amministrazioni che fanno uso di Instagram per la promozione territoriale. Se ne siete a conoscenza, per favore, segnalatelo qui (c’è un foglio per casi italiani e uno per quelli internazionali).

Grazie!

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